il carretto

Fin dall’antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell’isola. Dalla caduta dell’impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l’assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l’uso del carro, lasciando così ai “vurdumara”, mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli. La più antica forma di carro in Sicilia è lo “stràscinu” o stràula, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell’interno dell’isola; ma la ruota era conosciuta fin dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il tempio di Èrcole e che sono stati cantati da S. Quasimodo nella sua lirica “Strada di Agrigentum”. Dantofilo da Enna (II sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro ruote, ” il carramattu ” ottocentesco, adoperato per trasportare mosti e vini in botte.